{"title":"Agostino Orizio","description":null,"products":[{"product_id":"w-a-mozart-f-j-haydn-magaloff-lonquich-orizio-orchestra-da-camera-del-festival-internazionale-di-brescia-e-bergamo","title":"W. A. MOZART, F. J. HAYDN - MAGALOFF, LONQUICH, ORIZIO, Orchestra da Camera del Festival Internazionale di Brescia e Bergamo","description":"\u003ch1 itemprop=\"name\" class=\"h1 namne_details\"\u003eW. A. MOZART, F. J. HAYDN \u003c\/h1\u003e\n\u003ch1 class=\"h1 namne_details\" itemprop=\"name\"\u003eNIKITA MAGALOFF, ALEXANDER LONQUICH\u003c\/h1\u003e\n\u003cdiv class=\"product-prices js-product-prices\"\u003e\n\u003cdiv class=\"product-price h5\" itemprop=\"offers\" itemscope=\"\" itemtype=\"https:\/\/schema.org\/Offer\"\u003e\u003cbr\u003e\u003c\/div\u003e\n\u003c\/div\u003e\n\u003cp\u003eDisponibile in: DSD, Hi-Res Audio\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"western\" lang=\"en-US\"\u003e\u003cstrong\u003eTrack list:\u003c\/strong\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eWOLFGANG AMADEUS MOZART (1756 -1791) \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eConcerto in mi bemolle maggiore per due pianoforti e orchestra K 365 \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eAllegro (10’)\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eAndante (7’)\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eRondò. Allegro (7’)\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eConcerto in la maggiore per pianoforte e orchestra K 488 \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eAllegro (8’) \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eAndante (6’)\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003ePresto (4’)\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003ePianista Alexander Lonquich \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eFRANZ JOSEPH HA YDN (1732 -1809)\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eConcerto in re maggiore per pianoforte orchestra Hob. XVIII n.11\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eVivace (8’)\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eUn poco adagio (7’)\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eRondò all’ungherese Allegro assai (8’)\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003ePianista Nikita Magaloff\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoNormal\"\u003e\u003ciframe style=\"font-size: 0.875rem;\" src=\"https:\/\/widget.qobuz.com\/album\/kff76xwaoyvfb?zone=IT-it\" width=\"378\" height=\"104\"\u003e\u003c\/iframe\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e\u003cstrong\u003eNote\u003c\/strong\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eRecording data\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eRecorded at“Sala Verdi” del Conservatorio di Milano\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eRecording date Feb. 21th 1988 “Serate musicali di Milano”\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eRecording supervisor Giulio Cesare Ricci\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eSound engineer Alessandro Orizio\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eAudio designer engineer Bê Yamamura\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eTube microphone Numann U-47, Neumann U-49\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eMixing console Bê Yamamura4.o\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eAnalogue tape recorder Studer J37 two tracks\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eDigital tape recorder Sony PCM\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eCables Van Den Hul\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eGeneral producer Giulio Cesare Ricci\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eText Anna Bergonzelli\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eORCHESTRA DA CAMERA DEL FESTIVAL DI BRESCIA E BERGAMO \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eNata nel 1963 con il nome di “Gasparo da Salò”, per iniziativa di Agostino Orizio e con la collaborazione della signora Esterina Comini Bozzi, della contessa Maria Bettoni Cazzago, del M° Ferruccio Francescani e di altri amici, è divenuta, nel 1964, il complesso da camera ufficiale del Festival Pianistico Internazionale “Arturo Benedetti Michelangeli”. Successivamente, senza abbandonare il suo compito per così dire, istituzionale, di collaborare con i solisti partecipanti al Festival, l’Orchestra diretta da Agostino Orizio e composta da strumentisti di chiara fama, ha svolto una propria attività in campo internazionale, dedicandosi particolarmente al repertorio cameristico settecentesco e proponendo all' attenzione del pubblico e della critica, accanto alle pagine celebri, musiche inedite o di rarissima esecuzione. È stata ospite, raccogliendo critiche e successi entusiastici, delle sale più prestigiose e più volte sugli schermi della Televisione italiana, rumena, americana, sovietica e polacca. \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e\u003cbr\u003eNIKITA MAGALOFF \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eNato a Pietroburgo nel 1912, iniziò gli studi in Finlandia (dove si era rifugiato con la famiglia dopo la rivoluzione del 1917) sotto la guida di Alessandro Siloti, allievo di Liszt e cugino e professore di Rachmaninoff. Trasferitosi in seguito a Parigi, studiò con Isidor Philipp diplomandosi all'età di 17 anni con un Primo Gran Premio. Fu in questa occasione che Maurice Ravel ebbe a dire di lui: «È nato un grande musicista, veramente straordinario». Conseguì i primi successi internazionali con il violinista Joseph Szigeti e, dopo l’interruzione degli anni della guerra, fu uno dei primi artisti a suonare a Parigi e poi, nel 1947, a dare concerti negli Stati Uniti. Innumerevoli gli avvenimenti rilevanti della sua carriera, fra cui si ricordano la prima esecuzione della «VII Sonata» di Prokofiev, l'esecuzione del «Capriccio» di Strawinsky sotto la direzione dell'autore, «tournées» in Europa, USA, Giappone e Israele, frequenti e regolari presenze nelle giurie dei più prestigiosi concerti internazionali (Leeds, Varsavia, Bruxelles, Lucerna), attento com’è al manifestarsi di talenti nuovi fra le giovani generazioni. Ha inciso musiche di Liszt, Tchaikowsky, Weber, Strawinsky, Brahms, Granados e, ultimamente, per la Philips, tutta l'opera di Chopin, autore di cui Nikita Magaloff è tra gli interpreti insuperabili, opera che egli ha anche presentato; in cicli di cinque récitals, in tutte le più importanti città europee.\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eALEXANDER LONQUICH \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eNato nel 1960 a Trier (Germania), Alexander Lonquich ha studiato a Colonia con Astrid Schmidt, Neuhaus al Conservatorio e dal 1972 presso l’Accademia di Musica. Fra il 1976 ed il 1980 ha proseguito gli studi ad Essen con Paul Badura Skoda, perfezionandosi in seguito con A. Jasinski a Stoccarda e con Ilonka Deckers a Milano. Dopo alcune lusinghiere affermazioni in Germania, nel 1977 ha vinto il I° premio al Concorso internazionale «A. Casagrande» di Terni, e da allora è ospite ogni anno delle più prestigiose società concertistiche italiane e svolge regolarmente «tournées» all'estero. Si dedica anche con passione alla musica da camera, suonando frequentement~ in Duo con Nikita Magaloff. Paul Badura Skoda, Dino Ascio, Pietro Borgonovo e Michael Faust.\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eWolfgang Amadeus Mozart\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003ePer la raffinatezza di molti episodi strumentali, l’originalità e la perfezione della forma, l’intensità del suo universo espressivo, questo Concerto in la maggiore, in una pausa alla stesura delle Nozze, appartiene all’aristocrazia dei concerti di Wolfgang Amadeus Mozart e si pone quindi a uno dei vertici della sua creatività. La delicatezza con cui fin dall’esordio si definisce il carattere raccolto del primo movimento, la dolorosa solitudine con cui si dà voce nell’Adagio mirabile, il ritorno alla vita, con un sentore di nostalgia per il gioco, nel finale, caleidoscopico di temi e di ritmi, estraniano questo capolavoro dal genere d’intrattenimento brillante e mondano, per trasferirlo in uno spazio privato, in un ambito ove Mozart si direbbe colloquiare di sé con la musica. Da pochi altri luoghi come da questo Concerto, impariamo che se la sua musica ci appare estranea ai moti dell’abbandono o della confessione romantica, non è per una sorta di pudore dei sentimenti. ma perché in essa vive un’identificazione assoluta fra le parole della soggettività e il linguaggio musicale. Così quella dote ammirevole che è in lui l’assenza di forzature anche quando sfiora luoghi estremi dell’espressione, non è semplice senso della misura, ma epifania di quella identità, che si realizza con una adesione ad altri sconosciuta. Di qui nasce quella ideale autenticità della musica mozartiana che, negandosi a qualsiasi eccesso, trova la via per restituire senz’ombra di meditazione anche le apparizioni più personali e segrete degli stati d’animo. Già anticipavamo come il Concerto prenda avvio sottovoce, in un tono sommesso d’intimità: il tema cantabile proposto all’inizio dagli archi, per una di quelle trasmutazioni strumentali di cui Mozart possiede la chiave, trova subito nei fiati una insospettata, trasparente luminosità. L’esposizione orchestrale si completa con il secondo tema, dal caratteristico rintocco di una nota puntata, e quindi il solista ne ripete fedelmente il percorso, conservandone nella sobrietà di passaggi virtuosistici il tono di delicato lirismo. Al termine dell’esposizione, segnalato -dal tradizionale trillo pianistico, ha inizio uno sviluppo di straordinaria originalità. L’orchestra s’interrompe e propone agli archi un tema completamente nuovo, sognante e meditativo, trattato per imitazione. Per tre volte i legni, intrecciandosi in canone su un’area ripresa di quel motivo, tenteranno il solista, fin quando, finalmente persuasa dai loro nostalgici richiami, il piano unirà la sua voce alla loro. Sembrerebbe un idillio, ma sull’emergere al basso di una nota ribattuta, si apre, breve e improvviso, uno squarcio sulle regioni più oscure della sensibilità mozartiana, sul suo demonismo. Tutto questo se ne va in pochi minuti: ma la musica contrasta il tempo degli orologi ed è capace di concentrare in pochi attimi lunghe durate inferiori. L’Adagio, unica pagina composta da Mozart nella tonalità inconsueta di fa diesis minore, è uno dei luoghi memorabili della sua espressività dolorosa. La melodia iniziale del pianoforte, su di un cullante tempo di siciliana, trae da irregolarità del ritmo e preziosismi armonici, una meravigliosa intensità. É come una meditazione sul commiato, cui l’orchestra replica, scoprendo una sonorità di luce particolarissima, con un non meno struggente canto di consolazione. Il piano, ora si abbandona ai delicati melismi della mano destra, ora indugia su un passo di recitativo, per chiudere, dopo un misterioso intervento degli archi in pizzicato, attardandosi su un'unica nota ripetuta: quasi a voler ritardare l'attimo del distacco. Tipico dell’universo espressivo mozartiano, è che a una pagina così desolata segue un finale esuberante di vitalità e di gioia. Ma sbaglieremo se pensassimo a una volontà di conciliazione, al solo desiderio di ristabilire un equilibrio. Di fronte all’immanenza del dolore, la sua musica non si rassegna e ritrova, sul filo diun’aspirazione connaturata al Settecento, il gusto per riaffermare un sacrosanto diritto alla felicità. Così questo Rondò è un vero fuoco d’artificio d'inventiva tematica, capriccioso e quasi protervo intreccio di danza e di festa. Al suo interno si riserva uno straordinario ingranaggio strumentale: una fase di sei battute, scandita sul moto pendolare della mano sinistra e sostenuta da un pedale dei corni e un’armonia sul pizzicato degli archi. Quasi un immaginario giocattolo musicale, in cui si è cristallizzata l'idea di un universale tempo metronomico. Ben poco sappiamo del Concerto inmi bemolle maggiore per due pianoforti e orchestra K. 365, ultimo fra quelli composti da Mozart prima di abbandonare l’assai poco amata Salisburgo non la data di composizione, da collocare fra il gennaio 1779, subito dopo il ritorno dal disastroso viaggio a Parigi, e la fine dell'anno successivo; né l’occasione per cui è stato scritto. In assenza di dati precisi, taluni tratti stilistici e una qualche allure francese del Rondò conclusivo, inducono ad anticiparne la stesura ai mesi immediatamente seguenti il rimpatrio salisburghese, mentre l’impegno non indifferente richiesto ai solisti, suggerisce l’ipotesi che i destinatari fossero Wolfgang stesso e la sorella. Il rapporto che intercorre fra i due pianoforti, di studiata parità e senza che il primo abbia mai il sopravvento sull’altro, rende suggestiva la congettura di una festosa collaborazione fraterna. Mai, infatti, che uno dei due si arroghi il diritto esclusivo di condurre il discorso: la voce passa fra loro con spontanea naturalezza, ora per completare un tema o per riprenderlo in eco, ora per sostenere uno spunto con un disegno di accompagnamento o per prolungarne una rapida scala nel registro più acuto; quando si appaiano, come nel solennissimo trillo che ne annuncia l’ingresso nell’Allegro iniziale, è alla ricerca di una sonorità più piena e brillante. Così il dialogo, in completa comunanza d’intenti e senz’ombra di sconfinamenti severi nel contrappunto, si svolge di preferenza tra loro e lascia in sottordine gli interventi orchestrali. É una delle ragioni se questo Concerto, gratificato da una gioia di vivere e da una gaiezza un tantino esteriori, si mantiene un buon gradino al di sotto di quel suo parente prossimo che è la Sinfonia concertante per violino e viola K. 364. Il bagaglio di esperienze maturate a Mannheim e Parigi si sente nella sontuosità dell’inizio e nello spessore del primo «tutti», come in qualche efficace sottolineatura dinamica dell’orchestra; ma l’ampiezza della tessitura sinfonica, che Mozart conquisterà proprio in quel torno ditempo, è ancora alle porte. Quasi nessun rilievo ha, in questo primo movimento, l’idea di una elaborazione tematica: il discorso procede grazie al continuo proliferare di nuove idee, non certo per effetto di laboriosi sviluppi. Anche la nota dominante di genuina serenità non ammette intromissioni e si consente solo qualche chiaroscuro: appena un’ombra è, nello sviluppo, una minacciosa incursione a do minore del secondo piano, o l’insolito, repentino passaggio al minore immediatamente dopo la ripresa. Il movimento lento centrale traduce in toni più meditativi e affettuosi, con qualche venatura di malinconia, il clima dell’Allegro. Anche qui la ricchezza d’idee melodiche ne compensa la levità, mentre l’orchestra riserva presenze più rilevate: una deliziosa figura di trilli e note ripetute, o certi lunghi filamenti degli oboi come unico sfondo ai disegni pianistici. Un franco buon umore invade, infine, il Rondò, decisamente il più elaborato dei tre movimenti, con una sostanziosa partecipazione orchestrale in dialogo coi solisti, e una scrittura pianistica propensa alle figurazioni brillanti. Vi si annunciano certi spunti melodici alla Papageno, che dovranno attendere più di dieci anni per rifare la loro comparsa nel variopinto teatro del Flauto magico.\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eFranz Joseph Haydn \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eArtefice paziente e tenace di pure costruzioni musicali, nonché autentico fondatore di quei generi strumentali cui tradizionalmente associamo la straordinaria vitalità del Classicismo viennese, Franz Joseph Haydn fu al contrario assai poco attratto dalla forma del concerto solistico. Mentre le sue inesauribili facoltà creative conducono a piena maturazione, e secondo una insospettabile varietà di soluzioni formali, quegli splendidi frutti della seconda metà del Settecento che sono la sonata, il quartetto e la sinfonia, il concerto dovrà attendere Mozart perché le sue linee fondamentali conoscano una prima, e, ben inteso, già superba sistemazione. Basti pensare alle appena trentacomposizioni che consegna a questo ambito, confinandole peraltro, in gran parte, nei primi anni del servizio presso il principe Esterházy, e confrontarne il numero esiguo con gli altri, ben più cospicui, che la sua instancabile avventura artigianaleriservò ai generi prediletti. Al di là dell'assenza di suggestioni esteriori, possiamo azzardare alcune ragioni di questa scarsa congenialità: intanto, è noto come non praticasse da virtuoso alcuno strumento, né possedeva quel gusto per l’esibizione strumentale che una parte non trascurabile gioca negli intrecci fra strumento solista e orchestra. Gli faceva difetto, in fondo, come le sue opere non mancano di ricordarci, quel genio per la strategia teatrale che anche nel concerto tende a regolare l’avvicendarsi del dialogo, e ne configura le diverse dinamiche espressive come per una sorta di commedia strumentale. Ma, soprattutto, diremmo che la nascente forma-sonata, insistentemente esplorata dal suo talento chiarificatore, non era forse ancora matura per esporsi a quelle disgressioni strutturali, a quel proliferare d'idee tematiche che faranno del concerto mozartiano un organismo così poco propenso ad ogni codificazione. Il Concerto in re maggiore per pianoforte (ma all’origine per clavicembalo o fortepiano) e orchestra, scritto intorno al 1783, rappresenta dunque un’eccezione nell’itinerario compositivo haydniano, da collocarsi, insieme all’altro per violoncello nella stessa tonalità, in un periodo in cui egli trascura completamente questo genere di composizioni. Come in altri lavori di quegli anni, la sua naturale propensione per un far musica estroverso e pieno di vivacità, scavalca i riferimenti più diretti a uno stile dotto, in favore di un gusto popolare, di un gesto carico di semplicità e di immediatezza. Una gran fretta anima il Vivaceiniziale mentre il gioco degli sforzando, le successioni dinamiche di piano e forte, o l’intercalare di lunghe sincopi, contribuiscono alla flessibilità delle sue linee elementari. Prevale, su ogni impegno sonatistico, un’aria di schietto divertimento e appena fa capolino, durante lo sviluppo, nel rimbalzare tra la mano sinistra del pianoforte e gli archi delle ultime tre note del tema principale, uno dei principi più saldi del suo procedimento compositivo, quello della elaborazione tematica. Del Poco Adagio centrale si ammirano, più che il tema d’esordio, un po’ convenzionale, un ritmo di sestine suggerito dagli archi e di cui il solista s’impadronisce nelle sue fioriture, e ancor più la suggestiva sezione centrale in minore, dagli inconfondibili accenti mozartiani. E tuttavia, le carte migliori sono tenute in serbo per il finale, un Rondò all’Ungarese, pervaso di figure danzanti irresistibile di scatti e accelerazioni, e crepitante di gustose acciaccature, frutto di quella curiosa commistione fra spezie turchesche e melodie ziganeggianti, che tanto attiravaun esotismo settecentesco ancora non toccato da moderne preoccupazioni filologiche. \u003c\/p\u003e","brand":"Fonè","offers":[{"title":"DSD 64","offer_id":53476101259611,"sku":"DSD8907","price":20.0,"currency_code":"EUR","in_stock":true},{"title":"WAV 88.2kHz · 24bit","offer_id":53476101292379,"sku":"HD8907","price":20.0,"currency_code":"EUR","in_stock":true}],"thumbnail_url":"\/\/cdn.shopify.com\/s\/files\/1\/0575\/1016\/6580\/files\/SR8907sleeve.jpg?v=1782854216"},{"product_id":"mozart-handel-bach-orchestra-da-camera-del-festival-internazionale-di-brescia-e-bergamo-orizio","title":"MOZART, HANDEL, BACH | Orchestra da Camera del Festival Internazionale di Brescia e Bergamo, Orizio","description":"\u003ch1 class=\"h1 namne_details\" itemprop=\"name\"\u003eMOZART, HANDEL, BACH\u003c\/h1\u003e\n\u003ch1 class=\"h1 namne_details\" itemprop=\"name\"\u003e\u003cem\u003eOrchestra da Camera del Festival Internazionale di Brescia e Bergamo\u003c\/em\u003e\u003c\/h1\u003e\n\u003cdiv class=\"product-prices js-product-prices\"\u003e\n\u003cdiv class=\"product-price h5\" itemprop=\"offers\" itemscope=\"\" itemtype=\"https:\/\/schema.org\/Offer\"\u003e\u003cbr\u003e\u003c\/div\u003e\n\u003c\/div\u003e\n\u003cp\u003eDisponibile in: DSD, Hi-Res Audio\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e\u003cstrong\u003eTrack list:\u003c\/strong\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoNormal\"\u003e\u003cspan\u003eWOLFGANG AMADEUS MOZART (1756 -1791)\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoNormal\"\u003e\u003cb\u003e\u003cspan\u003eSinfonia concertante in mi bemolle maggiore per quattro strumenti a fiato e orchestra d’archi KV 297 b\u003c\/span\u003e\u003c\/b\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoNormal\"\u003e\u003cspan\u003eSolisti: Rota, Vernizzi, Borgonovo, Mariotti\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e \u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoListParagraphCxSpFirst\"\u003e\u003cspan\u003eAllegro (14'05\")\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoListParagraphCxSpMiddle\"\u003e\u003cspan\u003eAdagio (8' 17\")\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoListParagraphCxSpLast\"\u003e\u003cspan\u003eAndantino (8'55\")\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e \u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoNormal\"\u003e\u003cspan\u003eGEORG FRIEDRICH HÄNDEL (1685-1759)\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoNormal\"\u003e\u003cb\u003e\u003cspan\u003eConcerto in re minore op. 7 n. 4 per organo e orchestra\u003c\/span\u003e\u003c\/b\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoNormal\"\u003e\u003cspan\u003eSolista: Ernesto Merlini\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e \u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoListParagraphCxSpFirst\"\u003e\u003cspan\u003eAdagio (5'30\")\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoListParagraphCxSpMiddle\"\u003e\u003cspan\u003eAllegro (6'52\") a (5 '05\") Ad Libitum (Adagio: quasi una fantasia)\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoListParagraphCxSpLast\"\u003e\u003cspan\u003eAllegro (4' 57\")\u003c\/span\u003e \u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoNormal\"\u003e\u003cspan\u003eJOHANN SEBASTIAN BACH (1685 -1750)\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoNormal\"\u003e\u003cb\u003e\u003cspan\u003eConcerto in re minore BWV 1060 per violino, oboe, archi e basso continuo\u003c\/span\u003e\u003c\/b\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoNormal\"\u003e\u003cspan\u003eSolisti: Rizzi, Borgonovo\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e \u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoListParagraphCxSpFirst\"\u003e\u003cspan\u003eAllegro (4'57\")\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoListParagraphCxSpMiddle\"\u003e\u003cspan\u003eAdagio (5'25\")\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoListParagraphCxSpLast\"\u003e\u003cspan\u003eAllegro (4'02\")\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e \u003c\/p\u003e\n\u003cp class=\"MsoNormal\"\u003e\u003cspan\u003eDurata: 1 h 03' 00\"\u003c\/span\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e\u003ciframe src=\"https:\/\/widget.qobuz.com\/album\/rn933k5mo1tk3?zone=IT-it\" width=\"378\" height=\"104\" style=\"font-size: 0.875rem;\"\u003e\u003c\/iframe\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e\u003cstrong\u003eNote\u003c\/strong\u003e\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eOrchestra da Camera del Festival Internazionale di Brescia e Bergamo \u003cbr\u003eDirettore Agostino Orizio\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eDirettore di produzione Producer\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eGiulio Cesare Ricci\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eDirettore dell’incisione Recording Supervisor\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eGiulio Cesare Ricci\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eIngegnere del suono Recording Engineer\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eAlessandro Orizio\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eRegistrato nel mese di Maggio del 1987 presso il Teatro Grande in Brescia e la Basilica di Santa Maria delle Grazie in Brescia. \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eMicrofoni utilizzati: Schoeps Colette C 41. Processore PCM: Sony PCM-F 1. Preamplificatore microfonico EMT. Vcr Betamax Sony SL F1E e SL HF100EC. Vcr U-Matic: Sony DRM 200. PCM: Sony 1630. Audio Editor: Sony 1100 \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eWOLFGANG A. MOZART\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eSinfonia concertante per quattro strumenti a fiato ed orchestra \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eKV 297 b, Allegro - Adagio - Andantino\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e\u003cbr\u003eSenza dubbio meno conosciuta, meno usurata da discutibili esecuzioni, la splendida “Sinfonia concertante” KV 297 b -che Mozart scrisse, durante il soggiorno parigino, per un “Concert spirituel” nel 1778. In quegli anni a Parigi (come pure in Italia) persisteva un certo favore per il Concerto Grosso barocco, col suo alternarsi “Concertino” \/ “Ripieno”. In conseguenza erano molto gradite le cosiddette “sinfonie concertanti” nelle quali l’alternarsi dei solisti (sempre in numero di due o superiore) e dell’orchestra richiamava in certo qual modo la pratica barocca. Mozart stesso compose un'altra mirabile “Sinfonia concertante” per violino e viola, la KV 364. Sempre a Parigi era ancora vivo lo spirito “galante” della Scuola di Mannheim. Ed è per quattro solisti di Mannheim che Mozart compose la KV 297 b. Essa non venne mai eseguita nei '”Concerts spirituels”. Il perché è uno dei tanti enigmi che avvolgono molte delle opere di Mozart. La sorte della KV 297 b è sconcertante; ritenuta composizione fondamentale dai migliori e più reputati complessi di “fiati” succedutisi nel tempo, essa non solo non venne eseguita nei “Concerts spirituels”, ma l’autografo andò addirittura smarrito in circostanze mai chiarite. Concepita per essere eseguita da flauto, oboe, fagotto e corno, la versione pervenutaci indica il clarinetto al posto del flautoe reca tracce di poco discrete manomissioni; pur tuttavia essa resta opera riservata a strumentisti di altissima perizia e non sembra che abbia subito seri danni al contenuto musicale. L’Allegro iniziale è una introduzione stupenda. In esso il gruppo di solisti domina, mentre l’orchestra ha quasi mansioni di accompagnamento. Si noti, soprattutto, la “cadenza” sostenuta all’unisono dai quattro strumentisti che, con il loro virtuosismo, rivelano il vero carattere dell’opera. Ma è nel sublime Adagio che si offre ai solisti la possibilità di dimostrare tutta la loro maestria, la loro abilità, la loro perizia. L’Andantino, introdotto da un quartetto di strumenti a fiato, accompagnato daun “Tutti” in stile chitarristico, pone un tema che, in dieci variazioni, conduce al finale. Tutto il terzo tempo risente dell’influsso parigino: sia il tema che, con la sua piacevolezza, parrebbe appartenere ad una “opéra-comique”; sia il Ritornello che rammenta il Vaudeville. Solo l’ultima variazione, in tempo più lento, si trasforma in un solenne Adagio. Il brano si conclude, come d’uso, in maniera brillante. In sintesi, mentre primo e terzo movimento esprimono tutta la loro divertita vivacità d’eloquio, l’Adagio resta uno dei più sublimi esempi di elevazione spirituale. È ben conosciuta la cura, la sapienza con la quale Mozart impiegava ogni strumento dell’orchestra per utilizzarne al massimo le caratteristiche di “timbro”, di “colore”. Ebbene, anche quando, come in questa Sinfonia concertante i solisti sono quattro e praticamente costituiscono un’unità concertante, il carattere sonoro di ogni singolo strumento resta stupendamente individuato. \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eLamberto Limberti\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e\u003cbr\u003eGEORG FRIEDRICH HÄNDEL\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eConcerto in re min. -op. 7 n. 4 per organo e orchestra\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eAdagio - Allegro – Allegro\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eSe il cosmopolitismo “interiore” di Bach e la reale, effettiva apertura al mondo di Händel pongono i due massimi artefici del tardo barocco musicale su piani, personali ancor prima che estetici e musicali, diversi, i due maestri tedeschi furono accomunati in vita dalla loro grande fama di esecutori: per Bach, le cui musiche, vivente l’autore, furono troppo spesso misconosciute, l’unico punto di contatto con ciò che comunemente definiamo successo; per Handel uno dei molteplici aspetti del suo porsi nei confronti del pubblico europeo come personaggio poliedrico ed artista “alla moda”. EGeorg Friedrich Händel dovette essere senza dubbio un organista straordinario, secondo riferiscono le testimonianze dirette di Charles Burney e di sir John Hawkins, straordinari personaggi del ‘700 musicale inglese, entrambi amici di Händel, che a Londra conobbe fama e successo. Colpivano in particolare l’uditorio le mirabili doti di improvvisatore del musicista tedesco, sia negli “a solo” dei concerti che nel libero preludiare. Se si eccettuano le belle parole di Hawkins e Burney, rimangono a noi, testimoni di un’arte che tanto stupì i contemporanei, solo più i Concerti per organo e orchestra, una ventina in tutto. Un genere, quello del concerto per organo e orchestra, che, con poche eccezioni, nasce e muore con Handel. Particolare ed originale la genesi di queste opere, che Händel stesso eseguiva fra un atto e l’altro dei suoi Oratori, col che possiamo collocare questi concerti nel periodo londinese, quello appunto il musicista tedesco rinverdì nel genere dell'Oratorio la sua immensa fama di operista. Si è detto della straordinaria abilità di Händel come improvvisatore: orbene, non possiamo non ritenere che le partiture pervenuteci di questi concerti ci tramandino solo una parte, ancorché grande e significativa, dell'arte organistica händeliana, quasi scheletrici canovacci per il mirabile, libero e fantastico dipanarsi dell’improvvisazione che tanto soggiogava il pubblico londinese degli Oratori. Tuttavia la lettura e l’ascolto di queste partiture ci rivela particolari di sommo interesse: intanto lospirito improvvisativo è sostanza strutturale di queste musiche (il secondo movimento del concerto qui proposto, “Allegro”, è interamente “ad libitum”); ma soprattutto colpisce la brusca inversione di tendenza che con l’elegante e raffinata spregiudicatezza dell’artista al passo coi tempi Händel riesce ad imprimere all’organo, strumento che fin dai suoi albori era stato “medium” ideale per evocare e captare le mistiche profondità del servizio liturgico e che in questi concerti, ad opera di Händel, si secolarizza del tutto, fino a porsi sullo stesso piano del clavicembalo settecentesco, brillante ed estroverso: ne fa fede l’ambivalenza strumentale di queste composizioni (destinate “al clavicembalo ed all’organo”; uno di questi concerti, l’op. 4 n. 6, è scritto anche per arpa), che fanno massicciamente uso di agili stilemi esecutivi clavicembalistici, cui si aggiunge la generalizzata mancanza, salvo eccezioni, del pedale obbligato, sempre presente nella severa tradizione organistica tedesca, laddove invece gli organi inglesi al tempo di Handel erano generalmente sprovvisti di pedaliera. \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eFrancesco Iuliano\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eJOHANN SEBASTIAN BACH\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eConcerto in re min. BWV 1060 per violino, oboe, archi e basso cont.\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eAllegro - Adagio – Allegro\u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003e \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eSolo di recente l’esegesi bachiana sta approdando a conclusioni che, se da un lato si stanno· dimostrando più vicine alla verità storica, d’altro canto non mancano di provocare una certa dose di smarrimento in chi ancora sia legato (e non sempre per propria ristrettezza di vedute) all’immagine che del Maestro di Eisenach ci ha tramandato un certo ‘800 tedesco il cui romanticismo beveva alle germanicissime fonti del misticismo e del nazionalismo. Questa “nuova immagine”, com’è ormai uso corrente definirla, fu strenuamente propugnata dal compianto Friedrich Blume e sta in questi anni trovando da noi un fiero paladino in Piero Buscaroli: tende a restituirci un Bach più “tenero”, sanguigno, verace, se non proprio le mille miglia almeno molto distante dal ritratto, ormai “retro” del fervido e fervente artigiano dei suoni tutto dedito ad offrire i suoi mirabili “manufatti”“soli Deo gloria”: non solo dunque divino artefice di sacre architetture musicali ma uomo tutt’affatto integro nel suo desiderio di pienezza vitale, financo di mondanità, se non proprio di galanteria. Dove forse la vecchia immagine di Bach esce più malconcia è proprio nella sua funzione di “Kantor” a Lipsia: le nuove ricerche sulla cronologia delle opere bachiane attestano infatti non solo che la sua fervida attività di compositore di cantate sacre si arrestò ben presto, ma che per moltedi queste opere sacre, Passioni comprese, Bach attinse a piene mani ad opere scritte in anni precedenti. Gli è che, oltre alla poca sopportazione della terribile “routine” compositiva cui per ragioni di servizio era costretto, Bach trovò assai stimolante la direzione, che assunse nel 1729, del Collegium Musicum di Lipsia, uno dei tanti consorzi musicali che fiorivano, e talora son vivi ancor oggi~ nell’Europa luterana: associazioni di musicisti, per lo più valenti strumentisti, che svolgevano la loro attività in concerti pubblici, anche nei caffè o nelle piazze. Quello di Lipsia vantava una nobile tradizione (era stato fondato da Telemann) e Bach vi si appassionò al punto di dedicarvi gran parte del suo temo anche sottraendone ai suoi doveri di “Kantor”. Fu proprio per questo Collegium Musicum che Bach operò attivamente come compositore, attirando su di sé le fiere rampogne dei suoi superiori alla Thomasschule per la scarsa cura con cui ormai espletava le sue funzioni: per il Collegium lavorò alacremente, in parte scrivendo “ex novo”, e in parte, soprattutto, riadattando per l’organico di cui disponeva opere, anche sacre, scritte in precedenza. È il caso del Concerto BWV 1060: la versione che qui viene presentata è una ricostruzione di quella che correntemente si ritiene essere la versione originale per violino, oboe, archi e basso continuo che è andata smarrita, mentre a noi è pervenuta solamente una tradizione per due clavicembali, archi e basso continuo che Bach elaborò proprio per i valenti clavicembalisti del Collegium Musicum, trasportandone in do minore l’originaria tonalità di re minore. Nulla sappiamo di preciso circa la strumentazione della versione originaria di cui quella che l’Orchestra del Festival ci propone qui è una ricostruzione, ma se accettiamo per buona, e non v’ha motivo di non farlo, la ricostruzione della versione con violino ed oboe solisti, e se supponiamo, come assai plausibile in virtù di una prassi nota e consolidata, che le due mani destre dei clavicembalisti realizzassero le linee monodiche dei due strumenti solisti originari, non possiamo non stupirci una volta di più di fronte alla straordinaria capacità di Bach di reagire a1la necessità pratica di mutare organico strumentale di una stessa opera, nello stesso tempo arricchendola di particolari e di mirabili soluzioni tecniche, compositive ed architettoniche. \u003c\/p\u003e\n\u003cp\u003eFrancesco Iuliano\u003c\/p\u003e","brand":"Fonè","offers":[{"title":"DSD 64","offer_id":53887417778523,"sku":"DSD9004","price":20.0,"currency_code":"EUR","in_stock":true},{"title":"WAV 88.2kHz · 24bit","offer_id":53887417811291,"sku":"HD9004","price":20.0,"currency_code":"EUR","in_stock":true}],"thumbnail_url":"\/\/cdn.shopify.com\/s\/files\/1\/0575\/1016\/6580\/files\/SR9004sleeve.jpg?v=1787754297"}],"url":"https:\/\/www.referencemusicstore.com\/collections\/agostino-orizio.oembed","provider":"Reference Music Store","version":"1.0","type":"link"}